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Sono nato a Genova il 28 giugno 1948.
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...nel 1968 inizia a dipingere sotto la guida del Maestro GB Graffigna, grande
acquerellista, delicato pittore ad olio; fra il 1973 e il 1974 realizza quadri
di grande potenza espressiva che rivelano le sue innate capacità artistiche
"
(da Falchi R. e Wadsworth V. "Gianluigi Pescio-L'uomo e l'artista", Amadeo
Editore, Imperia, 2002).
Nel mese di Luglio 2008 ho festeggiato i quarant'anni di pittura; essa mi ha
accompagnato durante altrettanti anni di medicina e, soprattutto, di chirurgia.
Fin da ragazzo mi posi, quale meta della mia vita, il raggiungimento
del primariato di chirurgia con le maggiori competenze culturali e tecniche
possibili, sapendo che per un "non figlio d'arte" e per giunta orfano,
sarebbe stata un'impresa quasi impossibile. Ho raggiunto la méta dopo una vita
durissima e dopo la méta la vita non è stata meno dura; ma avevo realizzato il
sogno di fare la chirurgia "pesante", soprattutto oncologica addominale e
toracica. Cioè essere un chirurgo completo nel senso inteso dalle nostre grandi
Scuole del passato. Ho concluso quel sogno con uno scarabocchio - la mia firma
- quando, rassegnate le dimissioni, ho "gettato il camice alle ortiche" per
incompatibilità con un sistema gestionale della Sanità ospedaliera non
meritocratico, ingrato, eccessivamente inquinato dalla politica e finalizzato
a trasformare i clinici in piccoli burocrati e in birilli.
E la pittura? Conforto spirituale sempre e àncora di salvezza dopo
quest'ultima svolta, è stata la seconda rotaia del binario della mia
esistenza. Al centro del binario ci sono stati sempre gli affetti famigliari,
mia madre, mia moglie, le mie figlie ed ora i miei nipotini; non ultimi
l'affetto e la riconoscenza per i miei maestri di chirurgia, che mi hanno
forgiato per venti anni.
La pittura si impose sempre con prepotenza, coincidendo con periodi di
relativamente minore attività operatoria, minor stanchezza fisica (pittura ad
olio, sempre al cavalletto) o, paradossalmente, di maggior stanchezza
(acquerello).
L'apparente mancanza di uniformità, l'incongruenza consistente nell'oscillare
tra una figurazione maggiormente orientata verso un paesaggismo di matrice
tradizionale e una figurazione volta all'astrazione, fecero sì che , dalla
prima mostra del 1973 ad oggi, la mia produzione fosse, e ancor oggi sia,
caratterizzata da due modi di interpretare i soggetti in funzione del
vissuto esistenziale , cioè della "deformazione" indotta da
psiche-sentimenti-anima in quel momento; in sostanza, dalla profonda
insoddisfazione di ciò che dipingevo generata dal costante dubbio che avesse un
senso ciò che scaturiva sulla tela.
Il dubbio e l'incertezza che mi
hanno accompagnato per quarant'anni dinanzi alla tela bianca generavano ansia,
come accade alla maggior parte dei pittori; quella stessa ansia non mi ha
abbandonato un solo attimo della mia quotidiana attività clinica e, pur
facendomi soffrire, mi ha obbligato a dare il massimo . Perché, parafrasando il
poeta e cantautore Roberto Vecchioni, la Chirurgia è un posto strano, dove si
vive di un farsi male che è felicità.
E a proposito
dell'incongruenza dei soggetti e degli "stili", mi piace citare Gerhard
Richter: "L'incongruenza è semplicemente la conseguenza di un'incertezza
inevitabile e necessaria….Dopotutto, non abbiamo giustificazioni obiettive per
sentirci sicuri riguardo a qualcosa. La certezza è solo per i matti e per i
bugiardi".
Gianluigi Pescio
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